FRANCESCO DI BARTOLO (1826-1913): IL RE DELL’ACQUAFORTE E DEL BULINO di Natalia Di Bartolo

Tornando indietro nel Tempo della Memoria, riaffiora l’immagine di una “sontuosa villa”, dall’imponente doppia scalinata d’ingresso, dal giardino “splendente di fiori olezzanti” (S. Giuliano: “Un re dell’acquaforte e del bulino, Francesco Di Bartolo”, Catania, 1914), ornato dai busti degli antenati illustri, che sorgeva nel quartiere di Cibali, a Catania. Essa ha quasi il potere di richiamare dal passato la figura di colui che, avendovi abitato, ce la fa ricordare: Francesco Di Bartolo, incisore e pittore. Bastano queste due modeste parole per definire l’uomo e caratterizzare il personaggio.

Amerei ricordarlo e riproporlo com’era, con l’aspetto austero e nello stesso tempo amabile che gli conosciamo per via dei molti ritratti che di lui ci restano. Ma, al di là delle sue sembianze, così ben fissate sulla tela dal pennello del Boschetto o dell’Abate, ciò che m’interessa sottolineare è la coerenza della sua lunga vita, tutta dedicata all’Arte, il suo amore più grande.

Una briciola di questo amore sembra sia giunta a me, pronipote di suo fratello Giacomo, quasi facesse parte del patrimonio genetico della famiglia, ed in me si è concretizzata, come fu per lui, in passione per il disegno, l’incisione e la pittura, nelle quali anch’io mi cimento.

FRANCESCO DI BARTOLO nacque a Catania il 17 gennaio 1826, da Antonino, giureconsulto, e da Giuseppina Consoli. Il fratello del padre, Giacomo, fu patriota ed uomo politico di grande carisma, rimanendo ancora oggi nella memoria collettiva dei catanesi.

Fin da bambino, Francesco dimostrò grande propensione per l’Arte e poca per lo studio. Il padre lo avrebbe voluto avvocato o ingegnere, com’era tradizione di famiglia, ma “Ciccio” (così era chiamato affettuosamente da amici e parenti) non volle ascoltarlo. Lo ascoltarono invece due dei numerosi fratelli di Francesco: Gaetano, che divenne Avvocato Principe del Foro di Catania e Giacomo, Ingegnere di larga fama, l’unico dei Di Bartolo a dare alla famiglia un erede maschio, avo di chi scrive.

Il giovane Francesco, dopo un breve apprendistato a Catania, sotto la guida del pittore Giuseppe Gandolfo (1792-1855), che gli insegnò i primi rudimenti del disegno, e con un incisore del luogo, un mestierante d’illustrazioni sacre, nel 1854, ottenne per merito dal Decurionato di Catania una ”pensione di 288 ducati annui per apprendere in Napoli l’Arte dell’incisione”.

A Napoli, in seno all’Accademia di Belle Arti, fu allievo dell’incisore messinese Tommaso Aloysio Juvara (1809-1875), che gli insegnò le finezze del disegno ornato, le tecniche della Calcografia classica ed “intuì” la portata della sua Arte, nonché la strada da seguire per applicarla ed affermarsi.

Fu così che, anche grazie ad un rinnovo del sussidio per merito da parte del Decurionato di Catania, da allievo più volte premiato nei Concorsi interni all’Istituto, nel 1860 completò gli studi accademici, ma non tornò a Catania: restò a Napoli, dove godeva della stima e dell’amicizia dei colleghi artisti, tra i quali il pittore Domenico Morelli (1826-1901), di cui tradusse in incisione all’acquaforte, fra gli altri, il dipinto di soggetto storico “Gl’Iconoclasti”.

Nella città partenopea, fra le varie correnti Anti-accademiche, ferveva l’Arte del pittore abruzzese Filippo Palizzi (1818-1899), abile “animalista”. Il Di Bartolo, caro amico dell’artista, “tradusse” all’acquaforte diversi dipinti del Palizzi, che gli insegnò abilmente i segreti della pittura, ricevendo dall’amico siciliano altrettanto abili insegnamenti d’Arte incisoria.

Rimasto a Napoli, dopo aver vissuto in prima persona il momento di gloria della “Società Promotrice di Belle Arti” di quella città, di cui fu uno dei primi soci, nel 1870 Francesco Di Bartolo fu nominato Professore Onorario dell’Accademia di Belle Arti di Napoli. Dopo aver assolto tale prestigioso compito per un anno, nel 1872 si trasferì a Roma al seguito del Maestro Alojsio Juvara, che era stato chiamato dal Ministro dell’Istruzione Pubblica nella novella Capitale per operare “il riordino” della Regia Calcografia, un’Organismo statale che si occupava della “traduzione” ad incisione (soprattutto a bulino), della stampa e della diffusione delle opere d’Arte più importanti del patrimonio artistico italiano, promuovendone la conoscenza e diffondendone il valore, soprattutto presso il grande pubblico della contemporanea, agiata borghesia del regno d’Italia.

In seno alla Regia Calcografia (oggi Calcografia Nazionale), il Di Bartolo compì le sue più importanti ed impegnative incisioni a bulino, tra cui “L’Amor Sacro e l’Amor Profano” da Tiziano”, La “Madonna con Bambino” dal Murillo e “La Madonna delle Arpie” da Andrea del Sarto. Ma non cessò di incidere all’acquaforte su propri disegni originali e con questa tecnica divenne uno dei ritrattisti più stimati e ricercati d’Europa, compiendo ritratti di regnanti (tra cui diversi componenti della Famiglia Savoja, quali per esempio, il re Umberto I e la regina Margherita) ed Uomini Illustri del suo tempo, italiani e stranieri. Per tale fama insignito di otto altissime onorificenze italiane e straniere, fra cui l’”Ordine della Giarrettiera” da parte della regina Vittoria (della quale aveva compiuto il ritratto, insieme ai Principi di Sangue inglesi) ed il Toson d’Oro dal re di Spagna, incaricato dal Ministro dell’Istruzione pubblica, nel 1878 fu Giurato della Sezione Italiana all’Esposizione Universale di Parigi.

Rimasto scapolo per la completa dedizione all’Arte, il Di Bartolo, giunto alla fama ed all’agiatezza col valore del proprio lavoro, verso la fine del XIX secolo decise di vendere ad un prezzo simbolico alla Regia Calcografia i suoi rami più importanti che esulavano dalle commissioni dell’Istituto, affinchè fossero, con quelli già di proprietà dell’Istituto, degnamente stampati e conservati. Essi sono ancora oggi patrimonio inestimabile della Calcoteca della Calcografia Nazionale di Roma.

Ritornato a Catania intorno agli anni Novanta del XIX secolo, fraterno amico di Giovanni Verga, di Federico De Roberto, di Mario Rapisardi (che affettuosamente lo chiamava nelle sue lettere “Don Bartuliddu”) e di diverse altre illustri personalità del mondo artistico e politico, trascorse serenamente gli anni della vecchiaia nella propria villa di Cibali, a Catania, dedicandosi nuovamente alla pittura, che, dopo la parentesi napoletana aveva a lungo trascurato. La sua vista era irrimediabilmente compromessa dall’immane lavoro di applicazione degli anni trascorsi lavorando a bulino e gli impediva, purtroppo, di continuare ad incidere. La pittura di splendide nature morte e paesaggi etnei fu il suo impegno ed il suo svago negli ultimi anni, durante i quali non mancò di partecipare ancora attivamente alla vita artistica e politica di Catania.

Si spense nella sua amatissima città il 3 febbraio 1913. Aveva 87 anni. I concittadini, intervenuti in massa ai solenni funerali, gli tributarono onori principeschi. Riposa nella tomba di famiglia nel cimitero di Catania, all’ombra di quella croce di marmo bianco che egli stesso aveva deciso si ergesse, semplice e spoglia, sulla tomba dei Di Bartolo.

Nella città che tanto amò rimase a suo imperituro ricordo soltanto una Scuola a lui intitolata. Ma l’Arte di Francesco Di Bartolo merita senz’altro non solo il ricordo, ma la diffusione e l’apprezzamento da parte di un pubblico ben più vasto. E’ dunque gioia ed orgoglio di chi scrive “trasportare” in tal modo anche sul web l’Arte di uno dei più grandi Incisori dell’Ottocento europeo, non solo nel ricordo dell’antenato, ma soprattutto in quello del méntore, ispiratore di affetto profondo di pronipote e di artista.

Il mio lavoro di ricostruzione della vita di Francesco Di Bartolo e di catalogazione, revisione e commento delle molte sue Opere, non solo d’incisione, ma anche di disegno e di pittura, mai compiuto prima, e che ho utilizzato innanzitutto per compiere la mia Tesi di Laurea in Lettere e Filosofia, è basato innanzitutto sulle ricerche da me messe in atto a Napoli, nell’Archivio Storico dell’Accademia di Belle Arti e nella Biblioteca Nazionale; a Roma, nell’Archivio Storico della Calcografia Nazionale, nell’Archivio Centrale dello Stato e nella Biblioteca Nazionale, a Milano, nella Civica Raccolta di Stampre “Bertarelli”, a Parigi negli Archivi del Museo del Louvre ed a Catania, soprattutto nella Biblioteca Civica ed Ursino Recupero. Ma esso è stato sostenuto e completato da incisioni e documenti inediti in mio possesso (tra cui due taccuini del Di Bartolo, uno di appunti e schizzi e l’altro di soli appunti) e dai ricordi di Famiglia.

Tra i pochissimi depositari dei ricordi diretti prezioso mi è stato l’aiuto di mia zia Anna Di Bartolo Di Stefano Velona, sorella di mio padre, figlioccia dell’incisore, purtroppo scomparsa nel 2004; di aiuto per il mio lavoro sono stati i ricordi indiretti, raccolti nel 1943 da Giuseppina Freni, per la sua Tesi di Laurea (nella Facoltà di Magistero dell’Università di Messina). Costei potè compiere un abbozzo di catalogazione delle opere del Di Bartolo, visionandole nella villa di Cibali, ed attingere ai ricordi della Famiglia direttamente dai miei nonni.

Allora, gli oggetti ed i quadri di Francesco Di Bartolo erano tutti al proprio posto, prima che un furto, nel 1959, poco prima della demolizione dell’edificio, ne privasse quasi interamente la Famiglia. La perdita, non solo materiale, ma anche affettiva fu immensa.

E se io, pur avendo vissuto in quella casa il primo anno della mia vita, non posso avere memoria della sequenza dei grandi salotti, zeppi di quadri, nè posso rammentare i documenti e le molte Onorificenze dello zio, conservate nella grande stanza-cassaforte insieme agli oggetti più preziosi, mi è gradito ricordare quei luoghi. Li ho considerati come il punto di partenza di una storia ad essi legata non con i labili nodi del tempo, ma con quelli indissolubili dell’affetto. E perché, d’ora in poi, anche i primi risultino più saldi, nel rispetto dell’esatto svolgimento cronologico e del giusto valore delle Opere, io ho compiuto il mio lavoro di ricerca, riordino e stesura, presto per intero sul web, che ho dedicato alla memoria di mio padre Giacomo, con amore di figlia ed orgoglio di Di Bartolo.

Natalia Di Bartolo

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